lunedì 4 marzo 2013
domenica 3 marzo 2013
RICREAZIONE FINITA...
Se lo Stato spende ancor più di prima.
Giorgio Gandola
Ogni sera al calar del sole, sulle bianche scogliere di Dover, un omino in divisa da forestale di sua maestà raccoglieva un certo numero di sterpaglie, le accatastava e le incendiava. Così per secoli, così da quel lontano 1588. Il fuoco avrebbe dovuto squarciare la nebbia e permettere alla vedetta di scorgere ciò che aspettava: l'Invincibile Armada spagnola. Quando Margareth Thatcher decise di dare un taglio alle spese dello Stato, mandò in pensione anche lui. Non che quello stipendio pesasse sul bilancio dello Stato, ma i tagli sono una cosa seria e un segnale è un segnale. Gli inglesi capirono il partito conservatore non contrastò il suo leader e la lady di ferro ottenne il primo successo contro la burocrazia statale. Tanto più che l'addetto e il suo vice, ritenuti indispensabili come richiamo turistico, continuarono ad illuminare la notte a spese di un ente privato della Cornovaglia. Tutto questo per dire che è arrivato il momento della resa dei conti e che neppure i corazzieri possono ritenersi al sicuro. Lo dicevamo il giorno delle elezioni: la ricreazione è finita, da lunedì si torna in classe con gli stessi problemi degli ultimi 13 mesi. Le chiacchiere dei candidati si sono sciolte come la neve e un insieme di minoranze è chiamato a salvare un Paese tornato, com'era prevedibile, in piena emergenza. I volti sono quelli di sempre: Bersani che tende a nascondersi dietro le volute azzurrine del suo toscano per assoluta mancanza di idee, il ridente Berlusconi (della serie «non ci posso credere») e il reggimento degli scout di Grillo, pronto a cambiare per sempre l'approccio, il look, il linguaggio e le tempistiche di un vetusto Parlamento con le ragnatele sui portoni. Da una settimana siamo tutti un po' più vecchi, il che non significa necessariamente più saggi. Non essendo fenomeni in politologia lasciamo ad altri il compito di prefigurare scenari di alleanze salvifiche, anche se ci sembra strano che Grillo possa apparentarsi con chicchessia. Per un semplice motivo: se resta da solo e si limita ad esercitare il diritto di veto, la maggioranza gli cadrà in mano come una pera matura. A noi oggi preme sottolineare un paio di numeri che dimostrano perché Grillo ha vinto le elezioni: la pressione fiscale di base è salita al 44% (quella percepita è al 52%, record del mondo) e il debito pubblico ha raggiunto il 127% del Pil. Che significa? Che mentre gli italiani continuano a sopportare micidiali sacrifici per tenere in piedi la baracca, l'apparato pubblico spende più di prima. Certo, più di quando arrivò Monti con il loden e il cilicio. Più di quando l'Europa ci lanciò un avvertimento a rientrare. Più di quando Berlusconi negava la crisi sostenendo che i ristoranti erano pieni. Insomma, più di sempre. Ancora una volta gli italiani hanno reagito nelle urne alla provocazione di una classe dirigente travolta dall'autoreferenzialità e dalla presunzione. Se il debito pubblico nel 2012 ha raggiunto il 127% del Pil, vale a dire se lo Stato ha continuato a scialare mentre i cittadini tiravano la cinghia, che fine ha fatto la spending review? E il taglio delle Province? E l'immissione sul mercato degli immobili pubblici? E la razionalizzazione della burocrazia? E tutti quei provvedimenti necessari per ottenere risparmi di bilancio? Annichiliti, asfaltati, azzerati da rappresentanti di una Casta di gomma che ancora vediamo in gran numero affollarsi all'ingresso del nuovo Parlamento. Ma c'è una simpatica novità. Questa volta non sono soli e senza controllo: gli italiani li stanno scortando per verificarne capacità di lavoro e lealtà. Al di là degli eccessi da Bertoldo, Beppe Grillo ha un effetto-coscienza. Potrebbe persino funzionare
PER I VITICOLTORI DI VILLA D'ADDA.
DAL SITO DEL COMUNE.
01/03/2013
L’Amministrazione Comunale di Villa d’Adda dona nuove viti ai viticoltori perché proseguano nella coltivazione dei vigneti sull’area collinare di maggiore pregio storico.
La consegna delle barbatelle di vite avverrà Sabato 9 MARZO 2013 ore 9.00 presso la sede municipale.
Documenti associati
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N.B.:per chi ancora non lo sapesse,le barbatelle sono offerte dal Comune,pagate coi soldi del Comune e non,come qualcuno insiste a dire,offerte da qualche assessore o altro amministratore e pagate da lui!
Consegna delle barbatelle di vite
L’Amministrazione Comunale di Villa d’Adda dona nuove viti ai viticoltori perché proseguano nella coltivazione dei vigneti sull’area collinare di maggiore pregio storico.
La consegna delle barbatelle di vite avverrà Sabato 9 MARZO 2013 ore 9.00 presso la sede municipale.
Documenti associati
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N.B.:per chi ancora non lo sapesse,le barbatelle sono offerte dal Comune,pagate coi soldi del Comune e non,come qualcuno insiste a dire,offerte da qualche assessore o altro amministratore e pagate da lui!
Meditate,gente;meditate....
VILLA D'ADDA.
PER IL CONSIGLIO COMUNALE
Oggetto : Mozione da iscrivere all’o.d.g. del prossimo consiglio comunale per l’intitolazione del futuro ampliamento della sede degli anziani in memoria dell’arciprete don Giuseppe Rota
Premesso che nel corso del corrente anno verranno eseguiti lavori di ampliamento dei locali di proprietà comunale siti in via Caderico e adibiti a sede dell’associazione anziani, al fine di ottenere maggiori e più adeguati spazi da destinare alle attività e all’aggregazione degli anziani;
Dato atto che la colonia, la sala civica, la sede delle associazioni, ed altri edifici di proprietà comunale sono stati intitolati a persone che hanno avuto un ruolo importante nella storia di Villa d’Adda e sono rimasti nei ricordi dei cittadini villadaddesi;
Considerato:
che tra le persone che hanno fatto la storia di Villa d’Adda rimanendo nei cuori di tutti i cittadini villadeddesi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, è sicuramente da menzionare Don Giuseppe Rota, parroco di Villa d’Adda per ben 32 anni (dal 6 ottobre del 1951), ma anche ufficiale degli alpini, professore di lettere, fine oratore e amante del bello scrivere e del bel canto;
che molti tra gli anziani di Villa d’Adda hanno vissuto nel periodo in cui Don Rota è stato parroco nel nostro paese e con lui hanno attivamente operato nella comuntà villadaddese;
Ritenuto, in virtù di quanto sopra, intitolare la nuova sede dell’associazione anziani, al termine dei lavori di ampliamento di cui sarà oggetto, a don Giuseppe Rota;
Dato atto che tale proposta non comporta alcun onere finanziario per il Comune;
Impegna il Sindaco e il Consiglio comunale
Ad intitolare la nuova sede dell’associazione anziani, al termine dei lavori di ampliamento di cui sarà oggetto, a Don Giuseppe Rota come ricordo e riconoscimento del ruolo fondamentale che lo stesso ha avuto nella storia della nostra comunità.
Villa d’Adda 1 marzo 2013
Il consigliere Castelletti Stefano
Il consigliere Biffi Massimiliano
IL "CHIUNQUISMO".
BUONGIORNO
Le virtù del buon politico
MASSIMO GRAMELLINI
Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.
In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.
A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.
Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una webcam in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?
sabato 2 marzo 2013
IL PROGETTO MARONI.
Macroregione del Nord: che cos'è il nuovo progetto della Lega Nord
E' stato il cavallo di battaglia di Roberto Maroni in campagna elettorale. Adesso, dopo essere stato eletto governatore, il neopresidente della Lombardia punta a confederare la regione con Piemonte e Veneto. Ma è possibile?
"Missione compiuta. E adesso la macroregione del Nord", sono state le prime parole di Roberto Maroni da governatore della Lombardia. D'altra parte il progetto di unire Piemonte, Lombardia e Veneto (con l'aggiunta del pidiellino Friuli Venezia Giulia) sotto il segno del Carroccio e di una maggiore autonomia in primis fiscale è stato uno dei cavalli di battaglia della Lega Nord in campagna elettorale. Ma cos'è una macroregione? E cosa bisogna fare per portare a compimento il progetto leghista che è andato a sostituire il sogno padano?
In sostanza, l'idea è di creare una confederazione delle quattro regioni, che si formerebbe attraverso il principio dell'autodeterminazione dei popoli e che abbia i poteri delle regioni a statuto speciale, a partire da un nuovo sistema fiscale più autonomo, che gli consentirebbe di trattenere dal 67 al 75% delle tasse, ovviamente di pari passo con un maggiore accentramento territoriale delle responsabilità. Questo il progetto a lungo termine, ma per il momento ci si può anche accontentare di quello che lo stesso Maroni ha chiamato un "sindacato territoriale", che difenda attraverso un azione comune le aree interessate. Una difesa, soprattutto, contro "l'oppressione fiscale di Roma".
La prima pietra, letteralmente, è già stata posata: il 16 febbraio a Sirmione, sul Lago di Garda. Erano presenti i tre governatori delle regioni più Maroni, ancora in veste di candidato. Ed è stato lì che il segretario della Lega ha parlato di un patto di solidarietà: "Se una regione ha un problema, diventa il problema di tutti. Dobbiamo difendere la nostra economia partendo dai rapporti di amicizia e dalla forza delle regioni del nord".
Ma concretamente, cosa succederebbe? Al momento si parla solo di una cooperazione per la risoluzione di problemi comuni, ma sul lungo termine l'obiettivo è di trasformare la macroregione seguendo l'esempio della Confederazione Svizzera, in cui tutti i cantoni hanno una larghissima indipendenza dalla capitale della nazione. Istruzione, sanità, polizia, economia e ovviamente fisco, a cui si può aggiungere una propria costituzione, un proprio governo, parlamento e tribunale. Cosa resterebbe di competenza nazionale? Sicuramente la difesa e la politica estera.
Quella delle macroregioni non è una novità assoluta. Anzi, in Europa sono qualcosa che esiste già e un'idea che sta prendendo sempre più piede, con il nome, appunto, di euroregioni: cooperazioni transfrontaliere tra territori di diverse nazione dell'Unione Europea che hanno interessi in comune. Si tratta di un ente ufficiale, istituito nel 2006 con un regolamento emanato dal Parlamento Europeo. E qualche esempio c'è già: dal 2007 esiste l'euroregione Alpi-Mediterraneo, di cui fanno parte Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta e le regioni francesi Provence-Alpes, Cote d'Amur e Rhone-Alpes. Oppure la macroregione alpina, nata il 29 giugno dell'anno passato che "unisce" le regioni del nord Italia, della Carinzia, della Slovenia e della Baviera.
Ma si tratta di strutture che hanno poteri, ovviamente, molto limitati. E che possono cooperare su temi come risorse energetiche, turismo, innovazione, accessibilità, trasporti. Non poco, ma niente di lontanamente paragonabile a quanto hanno in mente Zaia, Cota e Maroni. Che infatti, per portare a termine il loro progetto,dovranno riuscire a far modificare la Costituzione. La nostra carta prevede solo che le regioni possano fondersi attraverso referendum, ma senza che ne vengano modificati i poteri.
Invece proprio su questo insistono i leghisti, che infatti hanno presentato alla Corte di Cassazione, lo scorso 18 settembre, una proposta di riforma dal titolo "Attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni, istituzione delle Comunità Autonome attraverso referendum popolare". A questo punto, le difficoltà aumentano: finché si tratta di fare un "patto di sindacato" non ufficiale tra presidenti leghisti di regione nessuno lo può impedire. Ma per portare a termine il loro progetto dovranno cambiare la Costituzione, e quindi passare dal Parlamento Italiano. E lì, la faccenda si complica.
Ma si tratta di strutture che hanno poteri, ovviamente, molto limitati. E che possono cooperare su temi come risorse energetiche, turismo, innovazione, accessibilità, trasporti. Non poco, ma niente di lontanamente paragonabile a quanto hanno in mente Zaia, Cota e Maroni. Che infatti, per portare a termine il loro progetto,dovranno riuscire a far modificare la Costituzione. La nostra carta prevede solo che le regioni possano fondersi attraverso referendum, ma senza che ne vengano modificati i poteri.
Invece proprio su questo insistono i leghisti, che infatti hanno presentato alla Corte di Cassazione, lo scorso 18 settembre, una proposta di riforma dal titolo "Attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni, istituzione delle Comunità Autonome attraverso referendum popolare". A questo punto, le difficoltà aumentano: finché si tratta di fare un "patto di sindacato" non ufficiale tra presidenti leghisti di regione nessuno lo può impedire. Ma per portare a termine il loro progetto dovranno cambiare la Costituzione, e quindi passare dal Parlamento Italiano. E lì, la faccenda si complica.
venerdì 1 marzo 2013
NUOVO GOVERNO.
Non solo Bersani:
tutti i possibili premier.

ll segretario del Pd ci sta provando, ma la missione è di quelle impossibili. Se non dovesse riuscire, sono già in tanti a scalpitare per sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio. Da Amato a Monti, passando per due nomi improbabili: Alfano e D'Alema.
Ma per riuscire in questa impresa bisogna superare un grosso ostacolo: Bersani deve arrivare in Parlamento e conquistare la fiducia con i voti dei 'grillini'. Altrimenti, l'idea di Grillo di "appoggiare volta per volta le proposte che ci piacciono" è infattibile, perché il governo non si potrà fare.
Se dovesse fallire il tentativo di Bersani con il Movimento 5 Stelle, Silvio Berlusconi è alla finestra per cercare di mettere in piedi un nuovo governo di larghe intese con Pd, Pdl e i centristi di Monti. È il messaggio che ha lanciato ieri in video, dicendo: "Non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare. Nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità". Al momento la base del Pd si sta ribellando anche solo all'idea, ma nel caso si decidesse che tornare alle urne sia troppo rischioso e che quindi l'unica possibilità è rifare un governo sostenuto da una grande coalizione, a quel punto il nome di Giuliano Amato potrebbe tornare utile.
Ma perché proprio il Dottor Sottile? Il fatto è che l'ex socialista esponente del Pd è da sempre persona gradita a larga parte dello spettro politico e al Cavaliere in particolare. E ha già dato prova di saper guidare l'Italia nei momenti più difficili, come ha fatto durante la tempesta finanziaria del 1992.
Mario Monti.
Il professore al momento è stato relegato ai margini della discussione, anche perché dopo la (quasi fallimentare) “salita in politica” non può più rivendicare un ruolo "terzo". Ma se non dovessero andare in porto le altre ipotesi, un tentativo di rimettere in piedi il governo che ha guidato l'Italia nell'ultimo anno si farà. Un governo meno tecnico, di sicuro, ma che comunque servirebbe a rasserenare l'Europa. Il risultato di Mario Monti è stato deludente, ma il suo prestigio a Bruxelles c'è ancora ed è sempre lui l'uomo preferito da Angela Merkel e compagnia.
Fabrizio Saccomanni.
È l'ultima carta da giocare. Se tutte le trattative tra le compagini politiche dovessero fallire, allora sarà inevitabilmente Giorgio Napolitano a prendere in mano la situazione e utilizzare tutte le sue ultime energie (il mandato è in scadenza) per imporre un nome tecnico, una nuova risorsa pescata fuori dalla poltica, come fu per Mario Monti, per costringere i partiti ad appoggiare un nuovo governo non politico. Se questo scenario dovesse realizzarsi, allora il nome che si fa è quello di Fabrizio Saccomanni, economista e direttore generale della Banca d'Italia. In alternativa, si parla anche di Pier Carlo Padoan, economista capo dell'Ocse (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
Due nomi improbabili: Alfano e D'Alema.
Qualcuno ci ha provato, a buttare lì il nome di Alfano, sempre nel caso si debba fare un governo di larghe intese. D'altra parte il delfino di Berlusconi non è odiato da nessuno, e potrebbe così provare a conquistarsi quel rispetto che per il momento nessuno gli accorda. L'idea del Pdl è di proporre così un nome giovane, ma con esperienza, che ha cercato di rinnovare il centrodestra e che potrebbe fare da garante della "buona condotta" del Popolo delle Libertà. Il problema è che tutti, dietro di lui, vedono solo l'ombra di Berlusconi.
Completamente diverso il secondo nome "improbabile": Massimo D'Alema. In realtà nessuno ha citato esplicitamente l'ex presidente del Consiglio, ma è stato lui stesso - nell'intervista al Corriere in cui ha ventilato l'ipotesi di un impossibile governo Pd, Pdl, M5S - a dire: "Questo governo lo guiderà il Pd, ma non per forza Bersani". Non è che D'Alema stava pensando a se stesso?
tutti i possibili premier.
ll segretario del Pd ci sta provando, ma la missione è di quelle impossibili. Se non dovesse riuscire, sono già in tanti a scalpitare per sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio. Da Amato a Monti, passando per due nomi improbabili: Alfano e D'Alema.
Una cosa è certa: Pierluigi Bersani ci vuole provare a diventare il nuovo presidente del Consiglio. Nonostante alla Camera abbia raggiunto il premio di maggioranza per un pelo e al Senato regni il caos, il segretario del Pd si sta giocando le sue carte. Ma gli ostacoli sulla strada sono tantissimi: l'accordo col Movimento 5 Stelle per un appoggio esterno condizionato a determinate riforme magari si farà, ma se Beppe Grillo continua a parlare di "Bersani morto che parla", difficile che possa essere lui a capo del Governo che verrà (se verrà). E poi c'è la proposta di Silvio Berlusconi per un patto costituente tra Partito Democratico e Popolo della Libertà: per il momento dalle parti del Pd si esclude questa ipotesi, ma è ancora tutto da vedere. Se si facesse, però, non potrebbe certo essere un uomo identificato totalmente con un partito come Bersani a guidare la coalizione. A queste si aggiungono le tante altre ipotesi che stanno circolando, ognuna delle quali porta con sé, di fatto, un premier diverso.
Vediamo quali sono i nomi che circolano con più insistenza.
Pierluigi Bersani. Come detto, è ancora il segretario del Partito Democratico a essere in pole position. La sua presidenza del Consiglio è quella su cui si sta lavorando nell'ottica di un accordo tra Pd, Sel e il Movimento 5 Stelle. Che tipo di accordo? Un appoggio esterno da parte del movimento di Grillo, basato su alcuni punti concordati in anticipo e che farebbero la gioia di tutti i militanti dell'M5S: taglio dei parlamentari, legge anticorruzione, nuova legge elettorale, conflitto di interesse e poco altro.Ma per riuscire in questa impresa bisogna superare un grosso ostacolo: Bersani deve arrivare in Parlamento e conquistare la fiducia con i voti dei 'grillini'. Altrimenti, l'idea di Grillo di "appoggiare volta per volta le proposte che ci piacciono" è infattibile, perché il governo non si potrà fare.
Se dovesse fallire il tentativo di Bersani con il Movimento 5 Stelle, Silvio Berlusconi è alla finestra per cercare di mettere in piedi un nuovo governo di larghe intese con Pd, Pdl e i centristi di Monti. È il messaggio che ha lanciato ieri in video, dicendo: "Non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare. Nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità". Al momento la base del Pd si sta ribellando anche solo all'idea, ma nel caso si decidesse che tornare alle urne sia troppo rischioso e che quindi l'unica possibilità è rifare un governo sostenuto da una grande coalizione, a quel punto il nome di Giuliano Amato potrebbe tornare utile.
Ma perché proprio il Dottor Sottile? Il fatto è che l'ex socialista esponente del Pd è da sempre persona gradita a larga parte dello spettro politico e al Cavaliere in particolare. E ha già dato prova di saper guidare l'Italia nei momenti più difficili, come ha fatto durante la tempesta finanziaria del 1992.
Mario Monti.
Il professore al momento è stato relegato ai margini della discussione, anche perché dopo la (quasi fallimentare) “salita in politica” non può più rivendicare un ruolo "terzo". Ma se non dovessero andare in porto le altre ipotesi, un tentativo di rimettere in piedi il governo che ha guidato l'Italia nell'ultimo anno si farà. Un governo meno tecnico, di sicuro, ma che comunque servirebbe a rasserenare l'Europa. Il risultato di Mario Monti è stato deludente, ma il suo prestigio a Bruxelles c'è ancora ed è sempre lui l'uomo preferito da Angela Merkel e compagnia.
Fabrizio Saccomanni.
È l'ultima carta da giocare. Se tutte le trattative tra le compagini politiche dovessero fallire, allora sarà inevitabilmente Giorgio Napolitano a prendere in mano la situazione e utilizzare tutte le sue ultime energie (il mandato è in scadenza) per imporre un nome tecnico, una nuova risorsa pescata fuori dalla poltica, come fu per Mario Monti, per costringere i partiti ad appoggiare un nuovo governo non politico. Se questo scenario dovesse realizzarsi, allora il nome che si fa è quello di Fabrizio Saccomanni, economista e direttore generale della Banca d'Italia. In alternativa, si parla anche di Pier Carlo Padoan, economista capo dell'Ocse (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
Due nomi improbabili: Alfano e D'Alema.
Qualcuno ci ha provato, a buttare lì il nome di Alfano, sempre nel caso si debba fare un governo di larghe intese. D'altra parte il delfino di Berlusconi non è odiato da nessuno, e potrebbe così provare a conquistarsi quel rispetto che per il momento nessuno gli accorda. L'idea del Pdl è di proporre così un nome giovane, ma con esperienza, che ha cercato di rinnovare il centrodestra e che potrebbe fare da garante della "buona condotta" del Popolo delle Libertà. Il problema è che tutti, dietro di lui, vedono solo l'ombra di Berlusconi.
Completamente diverso il secondo nome "improbabile": Massimo D'Alema. In realtà nessuno ha citato esplicitamente l'ex presidente del Consiglio, ma è stato lui stesso - nell'intervista al Corriere in cui ha ventilato l'ipotesi di un impossibile governo Pd, Pdl, M5S - a dire: "Questo governo lo guiderà il Pd, ma non per forza Bersani". Non è che D'Alema stava pensando a se stesso?
L’evento.
Ratzinger a Castel Gandolfo: dalle 20 di ieri è Sede vacante

Ultima benedizione di Papa Benedetto XVI ieri a Castel Gandolfo: «Ora sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio
su questa terra» ha dichiarato Ratzinger salutando i 10 mila fedeli che lo applaudivano commossi e in lacrime. «Con la preghiera – ha proseguito il Pontefice
– continuerò a lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità». Dalle 20 di ieri è Sede vacante
Ultima benedizione di Papa Benedetto XVI ieri a Castel Gandolfo: «Ora sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio
su questa terra» ha dichiarato Ratzinger salutando i 10 mila fedeli che lo applaudivano commossi e in lacrime. «Con la preghiera – ha proseguito il Pontefice
– continuerò a lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità». Dalle 20 di ieri è Sede vacante
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